Gli stessi passi

Gli stessi passi

Storie che restano · Episodio 01


Milano, ore 21:38.

Marta aveva sempre pensato che le città assomigliassero alle persone. Alcune si lasciavano capire subito, altre avevano bisogno di tempo. Milano, dopo nove anni, continuava a sorprenderla.

Aveva appena lasciato lo studio di un collega, dalle parti di Porta Venezia, dove una riunione prevista per le sei si era trascinata fino alle nove passate. Il progetto riguardava la riqualificazione di una piccola piazza. Tre ore a discutere di percorsi pedonali, illuminazione pubblica e arredi urbani. Alla fine, l'unica decisione presa era stata quella di fissare un'altra riunione.

Attraversò piazza Oberdan e guardò il telefono. Erano le 21:38. Aveva fame, un leggero mal di testa e nessuna voglia di tornare subito nel suo appartamento in Isola. Decise di camminare un po'.

Le piaceva Milano a quell'ora. I negozi avevano abbassato le saracinesche, ma dai locali uscivano ancora voci, risate, il rumore dei bicchieri appoggiati sui tavoli. Le finestre illuminate lasciavano intravedere frammenti di vite sconosciute.

Svoltò in una strada laterale.

Da architetta aveva un difetto professionale che i suoi amici trovavano insopportabile: non riusciva a camminare per la città senza osservare gli edifici e il modo in cui le persone utilizzavano gli spazi urbani. Notava i percorsi pedonali, gli ingressi, le facciate, il rapporto fra le vetrine e i marciapiedi.

Quella sera si soffermò su un edificio Liberty restaurato con cura, poi su un portone moderno che qualcuno aveva evidentemente scelto senza consultare un architetto. Un'insegna luminosa interrompeva la continuità del prospetto.

Sorrise tra sé. Perfino quando era stanca trovava qualcosa da criticare.

Fu allora che sentì i passi.

All'inizio non ci fece caso. Erano passi veloci, regolari, con quel rumore secco delle scarpe sul marciapiede. Continuò a camminare, ma dopo qualche metro si accorse che il ritmo era rimasto lo stesso.

Tac. Tac. Tac.

Si spostò leggermente verso il bordo del marciapiede, lasciando spazio per essere superata.

Nessuno la superò.

Marta non era una persona particolarmente impressionabile. Viveva sola da anni, tornava spesso tardi e conosceva abbastanza bene quella zona. Eppure sentì qualcosa cambiare. Non proprio paura. Era quella sensazione difficile da spiegare che a volte accompagna il camminare da sola di sera: gli stessi luoghi familiari sembravano assumere improvvisamente un significato diverso.

Per lavoro si occupava anche di qualità degli spazi pubblici e di sicurezza urbana. Sapeva che un percorso ben progettato non coincideva necessariamente con un luogo nel quale tutti si sentissero tranquilli.

Ma conoscerne le ragioni non le impediva di provare disagio.

Guardò il riflesso di una vetrina spenta. Una figura camminava a una certa distanza dietro di lei. Non riuscì a distinguerne il volto.

Accelerò appena il passo.

Anche il rumore dietro di lei sembrò farsi più rapido.

Coincidenza, pensò. Non aveva alcuna ragione per immaginare il contrario. E tuttavia si ritrovò a osservare la strada in modo diverso: le vetrine chiuse, i portoni senza finestre al piano terra, il tratto di marciapiede dove l'illuminazione pubblica diventava meno uniforme.

Di giorno non avrebbe notato nulla di particolare. Di sera, invece, l'alternanza tra le attività ancora aperte e i lunghi tratti di facciata senza ingressi modificava completamente la sua percezione dello spazio.

Quante volte aveva disegnato percorsi pedonali su una planimetria? Linee colorate, frecce, indicazioni di accessibilità. Sulla carta tutto sembrava semplice.

La città, invece, non era fatta soltanto di percorsi. Era fatta di persone. E delle cose che non si potevano sapere di loro.

Al successivo incrocio svoltò a destra.

I passi continuarono.

Sentì il battito del cuore farsi più presente. Non si voltò subito. Si fermò davanti alla vetrina di un negozio di arredamento, fingendo di osservare una lampada.

Era una lampada orribile.

Questo, almeno, riuscì a stabilirlo con certezza.

Nel vetro vide una sagoma rallentare, poi riprendere a camminare.

Marta estrasse il telefono dalla tasca. Avrebbe potuto chiamare qualcuno, ma non sapeva cosa dire.

Ciao, credo che qualcuno mi stia seguendo.

E se non fosse stato vero?

Si irritò con sé stessa per quel pensiero. Non aveva bisogno di dimostrare niente a nessuno. Poteva cambiare strada, fermarsi, chiedere aiuto se lo riteneva necessario.

Riprese a camminare.

Poco più avanti vide una vetrina illuminata. Un piccolo bistrot. L'insegna, in lettere sottili, diceva MARGINE.

Dietro il vetro si distinguevano alcuni tavoli, una parete verde salvia e una donna che stava asciugando dei bicchieri dietro al bancone.

Marta entrò.

Un campanello suonò sopra la porta. L'aria profumava di caffè, pane tostato e qualcosa che assomigliava al rosmarino.

«Buonasera», disse la donna al bancone.

«Buonasera.»

«La cucina è già chiusa, ma posso prepararle qualcosa di semplice.»

Marta esitò. Non aveva davvero intenzione di cenare lì. Voleva soltanto fermarsi qualche minuto.

«Un'acqua, grazie.»

La donna annuì senza fare domande.

«Naturale?»

«Sì.»

Scelse il tavolino vicino alla vetrina. Da lì poteva osservare la strada senza sentirsi troppo esposta.

La donna le portò una bottiglietta e un bicchiere.

«Brutta giornata?»

Marta alzò gli occhi.

«Si vede?»

«Ha ordinato un'acqua naturale alle dieci di sera. Di solito non è un buon segno.»

Marta sorrise, suo malgrado.

«Una riunione di tre ore.»

«Allora era peggio di quanto pensassi.»

La donna tornò al bancone.

Marta bevve un sorso d'acqua. Sentiva il battito del cuore rallentare. Si accorse soltanto allora di aver stretto così forte il telefono da avere le dita indolenzite.

Guardò fuori. La strada era tranquilla. Una coppia attraversò il marciapiede parlando animatamente. Poco più avanti, un uomo sistemava le sedie all'interno di un locale.

Nessuna figura ferma ad aspettarla. Nessuno che sembrasse interessato a lei.

Forse aveva interpretato male tutto.

Forse no.

Non poteva saperlo.

Il campanello della porta suonò di nuovo.

Marta si voltò.

Entrò una ragazza. Avrà avuto poco più di vent'anni. Indossava un cappotto troppo leggero per quella sera e teneva una borsa di tela stretta contro il fianco. Aveva i capelli raccolti male, come se li avesse sistemati in fretta.

Si fermò appena oltre la soglia.

«Scusate, siete ancora aperti?»

«Per qualcosa da bere sì», rispose la donna.

La ragazza annuì, ma non si mosse subito. Guardò verso la vetrina, poi verso Marta.

Per un istante, le loro espressioni cambiarono nello stesso momento.

Marta riconobbe il cappotto. Lo aveva intravisto nel riflesso del negozio.

Era lei.

La ragazza che aveva camminato dietro di lei per diversi isolati.

Abbassò gli occhi sul bicchiere.

E adesso?

La giovane si avvicinò al bancone.

«Un tè caldo, per favore.»

«Certo. Vuoi sederti?»

«Sì, grazie.»

Scelse un tavolo vicino alla porta.

Marta provò a concentrarsi sul telefono. Aprì una mail, lesse tre volte la stessa frase e non ne comprese una parola.

Avrebbe potuto pagare e andarsene. Ma non ne aveva voglia.

La ragazza, intanto, continuava a guardare fuori.

Dopo qualche minuto si alzò con la tazza in mano e si avvicinò lentamente.

«Scusa.»

Marta sollevò lo sguardo.

«Sì?»

«Posso chiederti una cosa?»

La voce della ragazza era incerta.

«Dimmi.»

«Sei entrata qui perché…»

Si interruppe.

Marta sentì nuovamente la tensione.

«Perché cosa?»

La ragazza arrossì.

«Perché fuori non ti sentivi tranquilla?»

Marta rimase immobile. Non era la domanda che si aspettava.

«Perché me lo chiedi?»

La giovane abbassò gli occhi sulla tazza.

«Perché nemmeno io mi sentivo tranquilla.»

Per qualche secondo nessuna delle due parlò. Dal bancone arrivò il rumore della macchina del caffè che veniva spenta.

«Ti ho vista camminare davanti a me», continuò la ragazza. «Non conoscevo bene la zona. Il telefono era quasi scarico. Quando hai svoltato verso questa strada, ho pensato che forse ci fosse ancora qualche locale aperto.»

Fece una pausa.

«Poi ti sei fermata davanti a quella vetrina. E ho avuto l'impressione che fossi preoccupata.»

Marta la osservò.

«Eri tu dietro di me.»

Non era una domanda.

«Sì.»

«Ho cambiato strada due volte.»

La ragazza sembrò sinceramente sorpresa.

«Non me ne sono accorta. Cercavo di arrivare verso Porta Venezia. Continuavo a guardare le indicazioni, ma il telefono si stava spegnendo.»

Marta non rispose. Ripensò ai passi che avevano accelerato, al riflesso nella vetrina, a quel tratto di strada illuminato male.

Non aveva modo di verificare ogni dettaglio del racconto della ragazza. E non ne aveva bisogno per capire una cosa: fino a quel momento aveva conosciuto soltanto la propria versione degli avvenimenti.

«Mi dispiace se ti ho spaventata», disse la giovane.

Marta scosse appena la testa.

«Non sapevo chi fossi.»

«Neanch'io.»

Per la prima volta si guardarono senza diffidenza.

Dal bancone la donna intervenne:

«Se vi interessa, il tè alla menta è molto più buono di quanto sembri. Quello all'arancia, invece, lo sconsiglio personalmente.»

La ragazza rise. Anche Marta.

La tensione si sciolse quanto bastava perché Marta si accorgesse di avere fame.

«La cucina è proprio chiusa?» chiese.

«Dipende», rispose la donna. «Quanto è grave la situazione?»

«Non mangio dalle due.»

«Allora è un'emergenza.»

Scomparve dietro una porta e tornò poco dopo con un piccolo tagliere.

«Questo posso ancora farlo. Sono Viola, comunque.»

«Marta.»

La ragazza esitò, poi aggiunse:

«Emma.»

Viola posò il tagliere sul tavolo.

«Bene. Ora che ci conosciamo, potete anche smettere di guardare la porta come se dovesse entrare qualcuno a chiedervi i documenti.»

Marta le rivolse un'occhiata sorpresa.

«Si vedeva anche quello?»

«Diciamo che ho aperto un bistrot, non ho perso la vista.»

Emma scoppiò a ridere. Marta abbassò gli occhi sul tagliere e le venne da ridere a sua volta.

Non ricordava da quanto tempo una serata così storta non prendesse una direzione tanto imprevedibile.

Rimasero lì ancora una mezz'ora. Emma raccontò di essere arrivata a Milano da poco. Studiava comunicazione visiva, abitava in Città Studi e stava cercando di imparare una città che, a suo dire, sembrava cambiare forma ogni volta che usciva dalla metropolitana.

Marta le spiegò che era architetta.

«Allora magari sai dirmi perché alcune fermate della metro hanno sei uscite e nessuna ti porta dove devi andare.»

«Perché chi le ha progettate non ti conosceva.»

Emma sorrise.

Viola, intanto, aveva iniziato a sistemare i tavoli.

Quando Marta si alzò per pagare, si accorse che erano quasi le undici.

Emma controllò la batteria del telefono. Quattro per cento.

«Ti serve un caricatore?» chiese Viola.

«Sarebbe fantastico.»

Viola gliene indicò uno accanto al bancone e le suggerì di verificare il percorso prima di uscire.

Marta infilò il cappotto.

Dalla vetrina osservò la strada. Lo stesso marciapiede, gli stessi portoni, le stesse luci.

Niente, là fuori, era cambiato.

Eppure la sua serata aveva preso una piega che, quaranta minuti prima, non avrebbe saputo immaginare.

Prima di uscire, si voltò verso Viola.

«Bel posto.»

«Grazie.»

«La luce vicino alla vetrina, però, è troppo fredda rispetto al resto del locale.»

Viola la fissò.

«Sei proprio un'architetta.»

«Purtroppo.»

«Torna domani. Magari mi dici anche perché la porta del bagno si incastra.»

Marta sorrise.

«Quello probabilmente è colpa del falegname.»

«Perfetto. Lo sospettavo.»

Fuori, l'aria era diventata più fredda.

Marta si fermò sotto l'insegna di Margine e cercò il percorso per tornare a casa.

Prima di rimettere il telefono in tasca, aprì il suo taccuino. Alla fine della riunione aveva annotato alcune osservazioni sul progetto della piazza. Le rilesse velocemente.

Illuminazione diffusa.

Continuità dei percorsi.

Maggiore visibilità degli accessi.

Sotto, aggiunse una frase.

Le persone non attraversano soltanto gli spazi. Attraversano anche le proprie preoccupazioni.

La rilesse. Le sembrò troppo sentimentale.

La cancellò.

Poi guardò ancora una volta la vetrina illuminata. Viola stava parlando con Emma, indicandole qualcosa sul telefono.

Marta richiuse il taccuino e si avviò verso la fermata, scegliendo la strada principale.

Dopo pochi metri sentì di nuovo dei passi dietro di sé.

Questa volta si voltò.

Un uomo stava uscendo da un portone, con un sacchetto della spazzatura in mano. Marta lo vide attraversare la strada e sparire dietro l'angolo.

Riprese a camminare.

Non si sentiva improvvisamente invincibile. E non aveva intenzione di diventare meno attenta. Aveva soltanto capito che non avrebbe potuto conoscere in anticipo ogni cosa.

Quando raggiunse la fermata, arrivò una notifica.

Era una mail di lavoro.

Oggetto: Revisione progetto piazza — nuove osservazioni.

Marta la guardò per un istante.

Poi spense lo schermo.

Per quella sera, la città poteva aspettare.


Fine dell'episodio 01.

0 commenti

Lascia un commento